Condividere conoscenze per il futuro

Paolo Santinello
R & D, Klink
Strategic Partner, Future-IQ Partners


BuildingFuture-Copertina-1-2016

La condivisione di conoscenze è il primo passo per comprendere come possiamo disegnare un futuro migliore per noi, la nostra città, il nostro paese, il nostro territorio o di qualunque “luogo” sia segnato o (di)segnato dall’azione di una comunità.

Sicuramente possiamo concordare che tutti noi vorremmo vivere in un luogo felice.

Nel 2012 è stato lanciato il primo World Happiness Report con l’obiettivo di un’indagine allargata sullo stato della felicità globale.
Nell’introduzione dell’edizione 2015 si legge: “Con frequenza sempre maggiore, la felicità viene considerata un’idonea unità di misura per calcolare il progresso sociale e un adeguato obiettivo delle politi che sociali. Un numero sempre maggiore di governi nazionali e locali
utilizza dati e ricerche sulla felicità nel perseguimento di politiche che potrebbero permettere alle persone di vivere meglio. I governi stanno misurando il benessere soggettivo e stanno utilizzando la ricerca  sul benessere come guida per disegnare spazi pubblici ed erogare servizi pubblici”. Nel World Happiness Report ci sono indicatori che
potrebbero essere utili per rispondere alla domanda se il luogo in cui viviamo è felice.

Esistono anche approcci molto più vicini a noi e concreti, basati semplicemente sull’osservazione di quello che abbiamo intorno che potrebbero fornirci indicazioni preziose.

Oppure possiamo provare ad usare un altro criterio.

Noi ci abbiamo provato per individuare il filo conduttore che sta alla base della discussione e degli interventi che seguono. Ponendoci a nostra volta un quesito:
“Siamo disposti ad investire sul nostro territorio con l’aspettativa di un ritorno futuro a dieci, venti o trent’anni?”
Se la risposta è sì, concordiamo che probabilmente il nostro investimento nasce dal fatto che noi percepiamo quel luogo come felice, un posto in cui quanto meno vale la pena di pensare il futuro.
Una volta concordato di voler investire sul futuro senza averne un ritorno immediato, dalle nostre esperienze, dalla riflessione comune, dai casi esaminati che vogliamo condividere, desideriamo però far emergere quelle che, a nostro avviso, sono le motivazioni che ci spingono a farlo.

    1. La prima motivazione, secondo noi, è che in quel luogo esista una condizione di salute, salubrità e sanità. Vuol dire non solo “quanto non ci ammaliamo” ma anche “quanto veniamo curati” restando lì. Parlare di “Slow Medicine” per esempio, significa proporre un approccio che guarda per intero il ciclo di salute, non tanto il consumo di salute.
    2. La seconda ragione per cui siamo disposti ad investire su un territorio oggi per averne un beneficio tra vent’anni, è perché c’è del piacere (arte, buon tempo libero) e la possibilità di trovare godimento, pane per lo spirito, uno “star bene” non materiale.
    3. La terza ragione è il lavoro, inteso come ragionevole aspettativa di stabilità e non come angoscia. L’angoscia che deriva dall’incertezza di fenomeni che non siamo in grado di controllare, da instabilità che non dipendono da noi ma da approcci che dichiarano ormai palesemente di fare dell’idea dell’incertezza, della mobilità la propria forza. Tutti noi ricordiamo la stagione in cui è  stata salutata la globalizzazione come ampliamento dei mercati e quindi come maggiore garanzia di più lavoro per tutti. Assieme si è iniziato a far ricorso ad una parola come flexicurity, dal 2008 spesso citata nei messaggi dell’Unione Europea, ossimoro straordinario con cui qualcuno cerca di venderci l’idea di poter vivere meglio stando costantemente con l’angoscia che un investitore con una valigetta di soldi, un telefono cellulare e un biglietto d’aereo, decida di andare in una direzione diversa dalla nostra.
      Ma se viviamo in un territorio che ha una forte rete locale, un forte attaccamento, in cui per esempio una parte significativa dell’attività economica è legata a luoghi prossimi o al territorio stesso, l’instabilità diventa marginale. Così come contano le dimensioni: a dimensione più ridotta è maggiormente difficile provocare un collasso se un singolo elemento cede, poiché vi sono componenti che possono compensarsi reciprocamente. La prospettiva proposta da Cradle to Cradle ® può andare in questa direzione perché stabilisce nessi più stabili. Se si pensa in termini di servizio, se si trasformano in servizi alcuni prodotti che oggi sono solo consumo, si ha per certo una migliore probabilità
      di legare quei servizi a quel territorio. E questo nesso servizio-territorio garantisce maggiore tranquillità fino a spingerci ad investire maggiormente sul futuro del luogo.
    4. Poi abbiamo la comunità. La cultura di comunità emerge come elemento centrale in tutti i casi di cui tratteremo di territori che in tutto il mondo si stanno impegnando a disegnare il loro futuro.
      Oggi noi parliamo di sicurezza come antidoto alla paura, ma l’antidoto alla paura non è la sicurezza che deriva da una casa armata, è solo la fiducia. Se combattiamo la paura con la sicurezza quello che possiamo provocare è una costante escalation. In un suo breve saggio “Il demone della paura”, Zygmunt Bauman espone con chiarezza questo concetto. “La paura è con ogni probabilità il demone più sinistro tra quelli che si annidano nelle società aperte del nostro tempo. Ma è l’insicurezza del presente e l’incertezza del futuro che covano ed alimentano la più spaventosa e meno sopportabile delle nostre paure. Questa insicurezza e questa incertezza a loro volta sono nate da un senso di impotenza: ci sembra di non controllare più nulla, da soli, in tanti o collettivamente. A rendere la situazione ancora peggiore concorre poi l’assenza di quegli strumenti che potrebbero consentire alla politica di sollevarsi al livello a cui si è già insediato il potere, permettendoci di riacquistare il controllo sulle forze che determinano la nostra condizione comune, e di fissare la gamma delle nostre possibilità e i limiti della nostra libertà  di scelta: un controllo che ora ci è sfuggito o ci è stato strappato dalle mani. Il demone della paura non sarà esorcizzato finché non avremo trovato (o più precisamente costruito) tali strumenti”.Se abbiamo l’opportunità di vivere in comunità nelle quali ci sentiamo fiduciosi, in cui la sicurezza è delegata collettivamente al rapporto di fiducia, sicuramente siamo più felici.
    5. L’ultima (e non ultima naturalmente!) componente è il sapere, la formazione. Da un lato la conoscenza diffusa, dall’altro la consapevolezza e la cultura, questi elementi messi assieme.

Progettare e progettarsi come comunità e territori nel futuro è importante perché anche se noi non cambiamo, intorno a noi le condizioni cambiano. Se non siamo capaci di immaginarci come andare nel futuro che vogliamo, mentre intorno mutano paesaggi, scenari, etiche, sentire, se non abbiamo la possibilità di comprendere – per lo meno di esplorare – quali possono essere i sentieri che ci si prospettano, allora rischiamo solo di tracciare una linea teorica, idealistica verso una direzione che non ci appartiene.

Continua a leggere >>> Future Briefs – #1 – Marzo-Aprile 2016 >> Download

 

 

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